EL COCHECITO I QUADERNI DELLA CONSULTA  
reg. n. 12/1998 del 13 maggio 1998 Tribunale di Udine
 

 


Testo tratto dal volume: Aquileia, dal periodo pre-romano al terzo millennio. Ed. a voce Bassa


Bassorilievo funeraio con il corteo di un magistrato

Aquileia romana

La città di Aquileia è situata ai limiti meridionali della pianura friulana, prima che inizi l’ampia laguna di Grado ed è, oggi, uno dei più importanti centri archeologici dell’Italia settentrionale. Ricca di testimonianze che vanno dalla sua fondazione sotto l’impero romano al periodo paleocristiano, è possibile scoprire, osservando attentamente le sue numerose opere, gli importanti messaggi che culture diverse, incrociandosi in questi luoghi, ci hanno lasciato. Molte erano le missioni attribuite alla città; dalla salvaguardia e organizzazione dei confini, all’amministrazione sapiente di scambi commerciali tra l’Europa e il Mediterraneo.

Ufficialmente la sua fondazione avviene nel 181 a.C. per volontà del senato romano, ma già prima questa regione era intensamente abitata da popolazioni di origine celtica e gallica. Intorno al 184 a.C. 12.000 persone provenienti dall’area danubiana occuparono pacificamente l’intera zona vicino al mare, iniziando a costruirvi una città. Questo avvenimento creò grave allarmismo nel senato romano e nell’anno 181 a.C. Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Caio Flaminio alla guida di tremila fanti con famiglie al seguito e numerosi cavalli e centurioni fondarono la colonia latina.

Qui si volle sperimentare una nuova politica economica ed amministrativa del territorio. La terra non diventava più elemento per soddisfare i fabbisogni di una singola famiglia, ma azienda per la coltivazione di prodotti facili da esportare, quali olio, cereali e, soprattutto, vino.

Roma capì subito che questa parte dell’Italia vantava numerose caratteristiche per diventare, negli anni futuri, tra le province più ricche e importanti di tutto l’Impero e in virtù della sua lealtà politica verso la capitale, nell‘ 89 a.C. Aquileia venne eletta Municipium.

Per comunicare con l’Italia centrale e Roma venne tracciata la via Annia e la via Emilia; la via Iulia Augusta puntava verso nord; la via Gemina era diretta ad est verso Lubiana ed i Balcani; la via Flavia, toccando Trieste, raggiungeva Pola e la Dalmazia; un’altra strada raggiungeva Cividale e, attraversate le valli del Natisone, proseguiva verso nord, ed infine la via Postumia che arrivava fino a Genova, attraversando la pianura Padana. Il porto fluviale costruito lungo le sponde del Natissa cui confluivano, in età romana, le acque del fiume Torre e Natisone, aveva la banchina a doppio livello per essere usata da imbarcazioni di stazza diversa e per contenere il flusso delle maree.

Largo 48 metri e lungo circa 350 era costruito con grandi blocchi di pietra d’Istria squadrati, con anelli per l‘ormeggio delle navi. Era il più imponente nelle terre occidentali con rampe di carico e scarico per le varie merci che venivano depositate nei magazzini adiacenti.

Aquileia divenne un importante centro di traffici e scambi tra le regioni danubiane e l’area mediterranea. Arrivavano navi con materiale edilizio come la pietra d’Istria, i marmi dalla Grecia e dall’Africa settentrionale, la sabbia per la lavorazione del vetro e poi vino, olio, olive, lana, oro, spezie. Per via terra giungevano minerali metalliferi, bestiame, legname, schiavi e ambra grezza proveniente dai giacimenti del mar Baltico.

La città aveva una forma allungata circondata da una cerchia di mura. Era suddivisa in quartieri quadrangolari attraversati da strade perpendicolari tra loro orientate secondo i punti cardinali.

La vita sociale si raccoglieva nel foro, una grande piazza lunga 120 metri e larga 56, circondata da portici e gradini sulla quale si affacciavano il Campidoglio ed il Tempio dedicato a Giove; una grande Basilica civile adibita a tribunale era utilizzata, anche, per riunioni e contrattazioni tra mercanti.

Ad Aquileia soggiornarono diversi imperatori (Giulio Cesare nel 56 a.C.; Augusto, dal 33 a.C. al 9 d.C.; Erode il Grande, famoso tetrarca della Giudea, Tiberio, Marco Aurelio; Quintillo, nel 270 fu qui proclamato imperatore).

Ad Augusto si deve la divisione dell’Italia in undici regioni; Aquileia, nel 32 a.C. diventa capitale della X Regio – Venetia et Histria, i cui confini andavano dall’Istria fino al fiume Adda e, più a nord, al Danubio; raggiunse una popolazione di circa 120.000 abitanti al punto di diventare tra le quattro città più grandi d’Italia, dopo Roma, Milano e Capua.

Veniva esaltata quale “Fortezza possente contro le minacce nord-orientali ed emporio principe dell’alto Adriatico” (Erodiano). In questo periodo e per più di tre secoli Aquileia conobbe pace e prosperità venendo descritta, dall’imperatore bizantino Giustiniano “omnium sub occidente urbium maxima” la più grande tra le città dell’occidente.

Nell’anno 400 d.C. il senato romano, ma anche l’intera capitale, cominciò a dare i primi segni di una inevitabile decadenza. Le numerose e continue lotte politiche ed una crescente abitudine all’inezia, fecero perdere il controllo verso le province limitrofe che divennero facile preda di nuovi popoli provenienti dal Nord-Europa. Dalle regioni danubiane, attraverso agevoli valichi alpini e carsici, arrivarono i primi invasori barbari guidati in successione da Alarico e Attila.

Mentre il primo si limitò, a capo dei suoi Visigoti, nel 401, solamente ad espugnare e saccheggiare la città decretandone la fine politica e militare, Attila, a capo degli Unni, attraverso una serie impressionante di invasioni perpetuate a più riprese, rese Aquileia ed il Friuli una distesa di rovine e disperazione.

Molti cittadini aquileiesi, comprese le personalità ecclesiastiche, si rifugiarono sulle vicine isole di Grado, ben sapendo che i barbari, timorosi e poco pratici dell’acqua, mai si sarebbero inoltrati lungo i canali della laguna. Iniziò, quindi, un lungo ed estenuante assedio intorno ad Aquileia. Il popolo rimasto dimostrò una impressionante capacità di difesa, respingendo per molti mesi i numerosi attacchi dell’esercito nemico. La città venne lasciata completamente sola in preda alla rabbia violenta degli assalitori.

Il popolo, che fino pochi anni prima aveva umilmente svolto un grande ruolo di difesa e di obbedienza a Roma, fu completamente abbandonato al suo triste destino.

L’assedio terminò nel peggiore dei modi. Migliaia di persone vennero trucidate. Donne e bambini, rimasti fedelmente e coraggiosamente al fianco dei rispettivi capifamiglia, subirono violenze indescrivibili ed ogni cosa rimasta fu data alle fiamme. L’ira di Attila fu superiore ad ogni aspettativa quando si rese conto di aver speso ogni sua energia per conquistare i tesori che, prudentemente, erano stati invece trasportati a Grado. Aquileia, che fino a pochi anni prima veniva descritta e decantata come esempio di grandezza e meraviglioso punto di riferimento dell‘Impero romano, diventò un cumulo di povere ceneri fumanti. Questo stato di abbandono durò per molti secoli.

Le continue incursioni di popolazioni nordiche e di eserciti nemici non garantivano una sicura ripresa economica. Ogni volta che la città cercava di rinascere, puntualmente nuovi invasori la occupavano obbligandola a nuove leggi.

Ultimi a causare ulteriori danni furono gli Ungheri, che a più riprese saccheggiarono e distrussero tutto ciò che incontravano sul loro cammino rendendo i territori della Bassa Friulana una grande distesa incolta e spopolata.

Aquileia cristiana

In questi secoli attraverso le navi che quotidianamente salpavano da e per i porti di Alessandria, Giordania, Siria, la città assunse ruolo di crocevia per le diverse correnti spirituali e qui giunsero anche le prime pulsioni di quel nuovo movimento religioso che, partito dalla Palestina si sarebbe, in seguito, diffuso in tutto il mondo. Il Cristianesimo.

San Marco, nel I secolo fu uno dei primi Grandi Uomini ad accorgersi della fede cristiana sviluppata in questi luoghi e dopo avere speso ogni sua energia per evangelizzare la città di Alessandria affidò ad Ermagora la missione di divulgare il Verbo di Cristo ad Aquileia.

Con l’editto di Milano conclusosi nel 313 il Cristianesimo ottenne la piena libertà di esercitare il proprio culto ed Aquileia diventa sede dell’autorità vescovile, o patriarcale, che in seguito avrebbe avuto un ruolo decisivo nelle vicende storiche di questa regione.

Nel 381 fu indetto un importante Concilio. Presieduto da Valeriano, vescovo in Aquileia, alla presenza di trentadue alti prelati, tra i quali va ricordato Sant’ Ambrogio vescovo di Milano, San Pilastro da Brescia, San Siro vescovo di Pavia e San Giusto di Lione, si cercò di sconfiggere definitivamente la corrente religiosa ariana. Grazie alla posizione geografica che colloca Aquileia al centro di intensi traffici commerciali e culturali, la città fu chiamata a svolgere un’importante ruolo di mediazione e divulgazione tra le diverse culture spirituali che provenienti dall’oriente e da Alessandria in Egitto si intrecciavano con quelle dell’intera area dell’Europa settentrionale.

Sfruttando il delicato equilibrio tra la cultura latina, slava, tedesca e orientale, il potere clericale aquileiese assunse una posizione di grande autonomia da Roma e Ravenna, aumentando in prestigio soprattutto dopo la morte di Ambrogio, vescovo di Milano (397) per legarsi sempre più alla città padana e diventando così la seconda Chiesa d’Italia, dopo Roma.

La nascita del Seminario o Cenacolo Aquileiese ebbe lo scopo di raccogliere giovani capaci di recepire una formazione scientifica e pratica a disposizione della Chiesa per evangelizzare nuove terre, differenziandosi da altre confraternite religiose la cui vita ascetica e monastica le isolava dal mondo esterno.

Nel 568 re Alboino, a capo di un esercito e di un popolo composto da circa 500.000 uomini e donne arrivò nell’Italia settentrionale occupandola e stabilì qui la sua dimora per un lungo periodo. Questi nuovi conquistatori dalle lunghe barbe o lunghe lance presto vennero chiamati “Lungabarbas” e poi Longobardi. Il Friuli fu quindi diviso in due grandi regioni ed il patriarca Paolino, rifugiatosi a Grado, ottenne protezione dai Bizantini che già controllavano l’isola mentre Aquileia riceveva il definitivo annullamento politico e fisico. Rimase solo il potere ecclesiastico al centro di una contesa teologica, chiamata “dei tre capitoli”, deterioratasi con aspre lotte nonostante l’intervento di molti papi per calmare gli opposti animi.

Il Patriarcato

Tra la fine del Ducato Longobardo e la nascita dell’impero dei Franchi ad opera di Carlo Magno il punto di riferimento politico di Aquileia in Friuli si sposta prima a Cormons e poi a Cividale. Aquileia conserva solamente la sua importante posizione ecclesiastica, accresciuta dall’investitura ufficiale a ruolo di “Patriarcato”, il primo in tutta la storia della cristianità occidentale romana.

Dopo l’anno mille, Aquileia conosce una relativa rinascita con il Patriarca Wolfgang, di origine bavarese (1019-1042).

Da Papa Giovanni XIX fu riconosciuto come metropolita di tutte le chiese d’Italia. Protetto dall’imperatore Corrado estese la sua sovranità sui ducati d’Istria, Trieste, Friuli, Padova, Verona, Mantova e Como ottenendo proficue rendite finanziarie. Sotto di lui Aquileia sembrò ritornare agli antichi splendori; venne ripristinato il porto, si costruirono nuove industrie, ripresero i commerci, furono potenziate le mura a difesa della città, vennero aperte vie e piazze ed eretti nuovi edifici per il culto. Tra questi l’alta torre campanaria ed il magnifico tempio dedicato a Maria. Da questo periodo in poi con l’imperatore Enrico IV venne concessa alla città l’investitura feudale, trasformando le terre di Aquileia in uno stato vero e proprio, con diritto di battere moneta e la sede politica trasferita a Cividale, mentre la giurisdizione patriarcale si estendeva fino alla Drava e all’Ungheria. Nel Medioevo Aquileia era il Patriarcato e la sede Metropolita più grande d’Europa e comprendeva le diocesi di Como, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Belluno, Feltre, Concordia, Trieste, Capodistria, Pola, Lubiana. La sua importanza fu riconosciuta perfino dall’imperatore Corrado III se, al ritorno dalla seconda crociata, volle sbarcarvi con le sue navi.

Principi della Chiesa, ma anche del Sacro Romano Impero, i Patriarchi governarono uno Stato indipendente, dotato di Parlamento autonomo dividendosi prima in Ghibellini (1077 – 1251) e, successivamente, in Guelfi (1251 – 1318). I primi, imparentati ai potenti feudali tedeschi, si mantennero fedeli all’imperatore e re d’Italia fino al 1251 quando Federico II fu scomunicato e deposto durante il concilio di Lione. I secondi cercarono di mantenersi più legati alle direttive della Chiesa romana. Con obiettività storica occorre riconoscere che questi secoli furono comunque improntati da una scarsa sensibilità spirituale, in cui si succedettero un numero infinito di Patriarchi, dediti più alla conquista di potere politico e materiale (a parte qualche rara eccezione) che al desiderio di offrire un servizio spirituale al proprio popolo.

Aumentarono incredibilmente le tasse, vennero aperti numerosi uffici doganali ed i contadini furono ridotti ad uno stato di grande povertà.

Molto distaccati dagli affari romani, pagarono a caro prezzo il rifiuto di collaborare con la Repubblica di Venezia, la quale stroncò con ogni mezzo il commercio via mare dai porti di Aquileia e Trieste.

Venezia nel 1420 occupò i territori facendo decadere il potere temporale dei Patriarchi ai quali rimase l’unica responsabilità ecclesiastica. Nel 1509 l’impero asburgico si impadronì della città, mantenendone la funzione di Patriarcato fino al 1715, che poi soppresse definitivamente nel 1751 ad opera di papa Benedetto XV.

Con l’arrivo degli austriaci che esercitarono il loro dominio fino al 1918, Aquileia recuperò parte della sua importanza grazie all’opera infaticabile dell’imperatrice Maria Teresa.

Vennero sradicate le erbacce, i canali furono bonificati, fu prosciugata gran parte della palude riconvertita all’agricoltura, l’aria migliorò ed il paese crebbe come numero di abitanti. Grazie anche alla presenza della vicina città di Grado, tutta la zona conquistò un ruolo fondamentale nello sviluppo turistico per le popolazioni appartenenti all’area mitteleuropea.

Aquileia oggi

Centro di cultura e spiritualità di maggior interesse dell’Italia settentrionale, Aquileia offre all‘ospite itinerari interessanti per lo studio dell‘archeologia e la storia dell‘arte attraverso le numerose opere visibili a cielo aperto o custodite nei musei e nei luoghi di culto. Una prima parte della città testimonia gli antichi splendori vissuti nell’età romana, la seconda l’importante ruolo avuto nella storia della cristianità. Grazie al suo porto fluviale, il più importante nelle terre occidentali, ed alla fitta rete di strade che si estendevano verso la pianura padana, la Francia e l’oriente, questo centro divenne incrocio di popoli e di culture assai diverse tra loro. Oggi è possibile ammirare la struttura del porto passeggiando lungo la via Sacra, suggestivo e solenne viale, costeggiato da cipressi che profumano intensamente l’aria. Immersi in un rispettoso silenzio, a testimonianza di tante giovani vite morte nelle guerre, riposano in fondo al viale le salme di dieci soldati senza nome raccolti su tutti i campi di battaglia. Una di esse, nel novembre del 1921, fu scelta per volere di una madre a rappresentare il Milite Ignoto sull’Altare della Patria, a Roma.

Lungo la strada che attraversa il paese si possono ammirare le sagome delle colonne del Foro dai magnifici capitelli corinzi, luogo simbolo della vita civile e religiosa della città in epoca romana.

In prossimità del centro cittadino si trova la Chiesa di S. Antonio, un edificio in stile barocco costruito tra il 1600 e il 1700. Oltre all’elegante e slanciata facciata all’interno si possono ammirare piacevoli affreschi, opera del pittore francese Ludovico Dorigny. Poco distante dalla chiesa c’è il Museo Archeologico Nazionale. Inaugurato nel 1883, inizialmente era la residenza dei Conti Cassis-Faraone e raccoglie una ricchissima serie di reperti a testimonianza dell’antica grandezza della città romana.

Si possono ammirare statue in marmo di eccezionale importanza artistica, opera di una probabile scuola locale, con volti di persone dai caratteri marcatamente realistici come la celebre testa di vecchio dalle orecchie a sventola, la statua di Navarca e quella di Augusto. Sempre in pietra sono conservati frammenti di architettura e sculture di varie dimensioni con iscrizioni che ricordano gli uomini e le attività da loro svolte; tra queste la famosa lapide con l’iscrizione della fondazione della città e la raffigurazione tradizionale dell’aratro che traccia il solco del suo perimetro. Nelle diverse sale dei piani superiori sono conservate le importanti raccolte di oggetti in oro e argento, terrecotte, gemme e pietre dure incise, cammei, ambre, la cui lavorazione era nota in tutto l’impero. Rispettando le importanti fedi che ad Aquileia si sono succedute durante la sua lunga storia, il Museo ha predisposto alcune sale dedicate ai Culti Religiosi, quali, ad esempio, quello cristiano, ellenico e nord-africano con l’esposizione, in apposite bacheche, di oggetti rappresentativi. Nel mezzo della grande sala fa bella mostra il magnifico Lampadario in bronzo rinvenuto in una casa romana di Piazza Capitolo.

In un’altra Sala troviamo una ricca collezione di Monete molte delle quali coniate presso le zecche locali, a testimonianza dell’importante ruolo che Aquileia ebbe sia durante l’Impero Romano sia in quello Patriarcale. Di pregevole fattura sono i vetri romani, quali boccette o vasi di tutte le dimensioni e dai colori brillanti unici nel loro genere in tutto il mondo.

Qui, infatti, l’arte del vetro soffiato era molto fiorente. Fu largamente esportata dal primo secolo d.C. e la tecnica nei secoli successivi venne ripresa e riprodotta nella vicina Venezia. Ricca è la collezione di oggetti ornamentali, usati soprattutto dalle donne dell’epoca. In bella mostra sono esposti vasetti, monili, un bellissimo velo tempestato con piccole mosche d’oro, e poi un’infinita serie di anelli e oggetti per la cura e bellezza del corpo. Interessantissimo, poco distante, sorge il lapidario con statue e bei mosaici pavimentali tra cui spicca il ratto d‘Europa del primo secolo a.C. Nella Sala dell’imbarcazione romana è conservata la parte inferiore di una nave rinvenuta poco distante da Aquileia, presso le foci del fiume Timavo. Si può ammirare, inoltre, il bel mosaico in stile ellenico, con la raffigurazione perfetta di una gran moltitudine di pesci.

Di rilevante interesse storico è il Museo Paleocristiano, situato in località Monastero.

Nei tre piani dell’edificio sono esposti straordinari reperti cristiani risalenti al periodo compreso tra il IV e IX secolo. L’edificio stesso è stato costruito su una basilica paleocristiana edificata nei primi anni del V secolo sulla sponda sinistra del fiume Natissa.

Numerose sono le iscrizioni votive di benefattori impresse nei mosaici i cui nomi di origine latina, greca, ebraica e mediorentale ci fanno comprendere come questa struttura fosse utilizzata da persone di varie culture e nazionalità.

Si presume, infatti, che questo luogo di culto fosse frequentato dai numerosi viandanti che giungevano ad Aquileia attraverso il suo porto e qui sostavano desiderosi di raccogliersi in preghiera.

Al primo piano si può ammirare il bellissimo pavimento in mosaico appartenente all’abside della Basilica rinvenuta in località Beligna: e poi ancora sculture, frammenti di arredi liturgici, iscrizioni funerarie e la rappresentativa scena, scolpita su pietra, dell’abbraccio tra l’apostolo Pietro e Paolo.

Un capitolo a parte lo merita la grande Basilica. Questo edificio rappresenta, senza dubbio, il simbolo più evidente della cristianità che si presenta agli occhi dei fedeli.

La sua storia, complessa e ricca di continui mutamenti, nasce quando nel 308 il vescovo Teodoro utilizzò i resti di una nobile casa romana o, con più probabilità adattò alcuni edifici del porto utilizzandoli ad aule dedicate al culto cristiano.

La scelta del luogo non è casuale. Eretta sulle sponde del fiume Natissa testimonia il culto dell’incrocio dello Spirito, della preghiera verso Dio (senso verticale), e l’acqua (senso orizzontale), simbolo dell’umanità che cresce e prospera su questa Terra. Su quella rimasta, chiamata Basilica meridionale, vennero apportati grandi restauri.

Furono sopraelevati tutti i muri e costruiti i bracci laterali che diedero, all’intera costruzione, una struttura a croce latina, con l’abside rivolto ad oriente e la facciata ad occidente. Venne ampliata la cripta alzando notevolmente il presbiterio per offrire un’immagine più significativa e degna della sua funzione alla sala altare. Accanto la chiesa e con i resti dell‘anfiteatro romano, venne eretta la possente torre campanaria alta 72 metri. Il 13 luglio 1031 il patriarca Poppone con una solenne cerimonia volle consacrare la grande struttura alla Beata Vergine.

Nel 1348 un tremendo terremoto causò molti danni alla città ed anche la chiesa venne fortemente lesionata. Fu quindi ricostruita con geometriche forme gotiche che si evidenziano, soprattutto, nelle importanti strutture delle parti alte.

La semplice facciata a doppio spiovente nasconde, una volta varcato il portone, la grandiosità del suo interno a tre navate.


Il severo slancio delle sue pareti e le robuste colonne creano un netto contrasto con l’esplosione di colori e immagini del pavimento in mosaico, a tutt’oggi considerato tra i più belli e vasti d’occidente.Il fedele viene subito coinvolto in una commossa preghiera, senza la retorica presunzione di offrire a Dio un’opera che ne rappresenti la Sua Forza, che esalti il credo di incrollabile fede e testimoni le gioie della vita che Dio concede all’uomo. Non c’è tristezza, abbandono, retorico pentimento in tutto ciò che si vede, ma semplice gioia di fede, speranza, fiducia nella clemenza divina.

L’ignoto artista si è quasi divertito a comporre con migliaia di tasselli colorati animali, fiori, figure rivolte al significato del “dono”, come nell’antica cristianità erano vissute le cerimonie di ringraziamento a Dio o la bellissima immagine del Buon Pastore.

Avvicinandosi all’altare ci si “immerge“ nello splendido mare ricco di vita e armonia e l‘episodio biblico di Giona offre al fedele la possibilità della salvezza dimostrando a Dio lealtà e vero pentimento. Un particolare, inoltre, che rende unica nel suo genere questa Basilica, è rappresentato dall’incrocio della simbologia dell’acqua (i mosaici con il ciclo di Giona) e quella verticale del fuoco, facilmente ammirabile nel catino absidale.Tipico degli edifici di culto orientali, questo semplice accorgimento aumenta il prestigio e la forza spirituale del luogo. I colori stessi, utilizzati per rappresentare le due scene, sembrano aiutare il fedele a riconoscere, da subito, questa importante caratteristica.

Oggi la Basilica può vantare un nuovo organo davvero imponente, costituito da ben duemila canne, alcune delle quali alte sette metri.

Il catino absidale, splendidamente affrescato con le figure della Vergine Maria con il Figlio e circondata dai santi aquileiesi, è un severo richiamo al rispetto delle direttive della Chiesa.

Come d’uso, infatti, a quei tempi, si può osservare l’effige del patriarca Poppone, ritratto tra i santi Ilario e Taziano, mentre presenta o dona alla Madonna il modello della Basilica. Alla destra della Vergine, tra i Santi Ermacora e Fortunato, c’è l’imperatore Corrado II. Poco distante si possono ammirare splendidi capolavori rinascimentali opera di Bernardino da Bissone quali l’altare del Sacramento e la Tribuna (1491), mentre l’altare maggiore è opera di Sebastiano e Antonio da Osteno (1498). Nella cappella di San Pietro è collocato lo splendido polittico opera di Pellegrino da San Daniele (1503) e rappresenta i Santi Pietro e Paolo al centro, Ermacora, Fortunato, Teodoro e Girolamo ai lati, e nelle predelle l’arrivo di S. Marco ad Aquileia e la sua predicazione. Attraverso il sollevamento con una carrucola della Pala centrale si può ammirare, in una nicchia ricavata al suo interno, la magnifica “Madonna del Latte” del XIV Secolo in pietra d’Istria. Sotto la grande Sala del Presbiterio si trova la Cripta degli affreschi, a cui si accede scendendo una piccola rampa di gradini in marmo. Costruita dal patriarca Massenzio nei primi anni del IX secolo racchiude il più importante ciclo di pittura murale di epoca romanica di tutta l’Italia settentrionale con un ciclo di affreschi dedicati alla Crocifissione, deposizione dalla Croce, deposizione nel Sepolcro e la “Dormitio Virginis“. Altre si riferiscono alla predicazione di S. Marco, all’apostolato del vescovo Ermacora e alla vita di S. Fortunato e del loro martirio. Di enorme interesse sono i mosaici conservati nella cripta degli Scavi, appartenenti ai resti di un’antica basilica paleocristiana utilizzata come luogo di culto prima dell’Editto di Costantino. Percorrendo una apposita passerella in cristallo trasparente che circonda l’intera base del campanile poponiano si può ammirare la famosa scena della Tartaruga ed il Gallo (simbolo dell’incrocio tra oriente ed occidente) e altri animali dalle forme e colori brillanti. Poco prima di entrare nella cripta, al visitatore non può sfuggire la sagoma del Santo Sepolcro risalente agli inizi dell’XI secolo. Si tratta di una costruzione in marmo bianco che riproduce la più famosa Chiesa di Anastasis a Gerusalemme. Di fronte la facciata principale della Basilica si trova il Battistero collegato alla Chiesa dei Pagani.

Il Battistero di Aquileia, dedicato a Giovanni Battista, si presume fosse stata anche l’abitazione di Sant’ Ermacora. Esso era diviso in due parti distinte. La prima, a struttura ottagonale, era munita di piscina a gradini circondata da sei colonne e probabilmente era sormontata da una copertura a cupola; il secondo edificio comprendeva la chiesa dei pagani.

L’importanza storica di questi edifici ci permette di comprendere come la fede fosse vissuta con grande intensità contribuendo ad arricchire il cammino spirituale della comunità di fedeli aquileiesi. Aquileia, nel corso di 2000 anni della propria storia, ha saputo sempre conservare intatto il ruolo di città aperta mantenendo gli importanti impegni assunti fin dalla sua fondazione.

Nonostante due tremendi terremoti e le innumerevoli distruzioni compiute dall’uomo, questa città ha dovuto sempre riemergere dalle proprie rovine e riaffermare la propria missione. In questo terzo millennio Aquileia diventa la “Grande Porta” per tutti coloro che vogliono ritornare, da protagonisti, a ricalcare i passi dei loro padri.

Il 4 dicembre 1998, presso la sede UNESCO di Kyoto, in Giappone, la grande Area archeologica e la Basilica di Aquileia venivano iscritti nella lista dei beni culturali e storici del Mondo con le seguenti motivazioni:

- Aquileia è stata tra le più importanti e ricche città di tutto l’Impero romano.

- In gran parte ancora intatta e poco esplorata, Aquileia conserva l’esempio completo di città dell’antico Impero romano nella grande area del Mediterraneo.

- Il simbolo della Basilica patriarcale ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo del cristianesimo in Europa centrale al debutto di una nuova epoca.

(Rapporto della 22a Sessione del Comitato)

I Mosaici Aquileiesi

Nei mosaici aquileiesi sono numerosi i simboli provenienti da oriente e si possono trovare sia in abitazioni civili che in edifici religiosi.

I romani erano molto attratti da tutte le raffigurazioni che provenivano da lontano e utilizzarono l’aspetto estetico per ornare i pavimenti delle loro case. I cristiani di quel tempo, per non essere perseguitati, approfittarono di questa opportunità e sfruttarono l’arte del mosaico per divulgare, attraverso semplici disegni, veri messaggi di fede.

I simboli che più di frequente appaiono nei mosaici sono la Swastika ed il Nodo di Salomone. La prima è originaria dalla grande regione della Cina e del Nepal.

Essa rappresenta le quattro Forze della Creazione (Tempo, Spazio, Fuoco, Acqua – Fuoco, Acqua, Cielo, Terra) che girando in senso antiorario sviluppano la grande energia presente nell’universo; nel senso contrario, invece, ne raccolgono l’essenza.Nei mosaici aquileiesi sono presenti ambedue le direttrici rendendo unica la simbologia di queste forme.

Nel mezzo della Swastika troviamo, spesse volte, il Nodo di Salomone. Esso è la prosecuzione grafica della Stella di Davide e rappresenta il sigillo che porta impresso il vero nome di Dio.

In oriente simboleggiava l’incrocio tra le due forze primarie, quella del Fuoco (con le tessere di colore rosso) e dell’Acqua (con tessere di colore azzurro); rappresenta, inoltre, il patto, il giuramento, l’unione che non può essere sciolta tra Dio e l’Uomo, quale Suo rappresentante sulla terra. Le sfumature presenti nella figura simboleggiano i livelli presenti nell’universo: fisico (mondo materiale), mentale (mondo astrale) e spirituale. Il Nodo di Salomone viene ancora oggi disegnato per allontanare la presenza di forze del male.

Ma Aquileia conserva, nei suoi mosaici, anche figure e simbologie che appartengono a tradizioni occidentali; tra queste senza dubbio l’immagine del Buon Pastore (case romane; aula nord della Basilica), presente anche a Roma nelle catacombe di Priscilla ed a Ravenna.

In questo filone prettamente cristiano si inserisce la Storia di Giona ammirabile all‘interno della Basilica. Oltre ad essere tra i più bei mosaici in Aquileia, il significato in esso contenuto ci fa capire quanto fosse esaltante la fede cristiana in questa città.

Attraverso la simbologia orientale del dragone o pesce feroce è nascosta l’universalità di questo messaggio, indicazione di Dio non solo per i cristiani, ma per l’intera umanità. Il mare ricco di pesci e di animali dalle forme e movimenti vari, rappresenta uno spettacolo di grande libertà, dove l’intero creato è chiamato a goderne, nel rispetto delle Leggi e della comune e altrui convivenza. Una religiosità più pagana la si evidenzia, invece, nei volti che rappresentano le quattro Stagioni (case romane). Oltre che ad Aquileia, troviamo queste immagini anche a Ravenna, Tunisi (Cartagine) e Piazza Armerina, in Sicilia.

Lo stretto rapporto con gli elementi della natura era, per i popoli antichi, una forma religiosa di rispetto e timore verso tutto ciò che contribuiva al sostentamento della vita.

In questo contesto molto bene si collocano i mosaici che rappresentano i Doni (Basilica), espressione massima di ringraziamento a Dio per quanto concede all’uomo attraverso il suo lavoro. Ma l’immagine che più di ogni altra appartiene alla tradizione culturale di Aquileia è quella del Gallo e della Tartaruga (Cripta della Basilica).

Molti studiosi hanno da sempre descritto questo episodio come la lotta tra il Bene (il Gallo) e il Male (la Tartaruga). In verità, se questa interpretazione può essere affascinante per molti aspetti, occorre capire quali significati venivano attribuiti ai due animali, espressione figurata di modi diversi di interpretare la vita e l’esistenza dell’uomo. Il “Gallo” rappresenta il mondo occidentale dove il tempo scorre in fretta, un mondo dinamico, ma al contempo assai vulnerabile, irascibile. La “Tartaruga”, invece, rappresenta l’oriente, in cui il tempo è l’elemento fondamentale per lo sviluppo della saggezza dei popoli; un mondo che corre più lentamente e che si fa carico di grandi fermenti filosofici e spirituali.In tutte le grandi civiltà (Cina, India, America centrale) la tartaruga è l’espressione di colei, che sulle proprie spalle, porta il peso dell’umanità intera. Il dialogo, figurato, di questi due animali simboleggia il desiderio di unire i due mondi nel mezzo dei quali si è trovata Aquileia e in virtù di un loro incontro offrire la salvezza e la ricchezza a tutta l’umanità, ben rappresentata dal sacchetto di monete o dalla coppa poste sopra la colonna. Dobbiamo ricordare, infatti, che Aquileia non era chiamata ad assistere a lotte o lacerazioni, ma aveva l’importante compito di unire legami culturali assai diversi tra loro. A far da contorno a questi scenari troviamo infinite figure ricche, anch’esse, di importanti messaggi. Ad esempio la pesca (Basilica) che rappresenta la capacità della Chiesa nel raccogliere e radunare gli uomini divisi tra loro; la gru e il serpente il desiderio di giustizia e il diritto di far emergere il bene dal male. La gru, il cui simbolo è assai frequente nelle regioni dell’estremo oriente e la sua alzata in volo rappresenta un segno di speranza, è un inno di gioia al sorgere del nuovo sole e manifesta il desiderio di immortalità attraverso la resurrezione. Anche il pavone, animale più frequente delle nostre terre, testimonia l’immortalità indicando il vero cammino che deve compiere l’uomo.Nel suo classico atteggiamento a ruota, molti occhi appaiono tra le piume per scrutare quel mondo che gli umani, ormai, non riescono o non sono più in grado di vedere.

 

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